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Tatticamente: Cremonese-Padova

Cremonese
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Dopo le prime due sconfitte in campionato, la Cremo si rialza a casa sua, tra le mura dello Zini. Non si rimette in piedi tutta da sola. È una vecchia conoscenza che l'aiuta, che le porge la mano come fanno vecchi amici: è Fabio Pecchia. Ritornato a Cremona dopo essersene andato da vincente, riparte da vincente a Cremona contro il Padova. Primi tre punti e prima iniezione di fiducia: è veramente come tutti dicono? È veramente l’effetto Pecchia?

Cosa cambia con Pecchia: i due spunti principali tra attacco e trequarti

Al fischio d’inizio si capisce subito che il nuovo allenatore non ha voluto stravolgere una squadra presa in mano pochi giorni prima. La Cremo non cambia veste. Il dubbio sul possibile 3-4-2-1 viene subito spazzato via: confermato il quartetto difensivo adottato da Giampaolo, così come la mediana Gerli-Pontisso, mentre la trequarti si porta dietro due terzi di Parma, con Berti e Licina. È dunque 4-2-3-1 anche per Pecchia.

La modifica principale è nel singolo individuo là davanti: non c’è più un Nasti o un De Luca, bensì Bonazzoli, finalmente nel ruolo di prima punta. Il numero 90 della Cremonese, che è un attaccante di ruolo, ora fa l’attaccante, lavorando vicino alla porta avversaria e non a quella amica. Non è un caso che, nella nuova posizione, si dimostri subito letale, inserendo il suo nome sia nell’uno-due dei primi 5’, con cui la Cremo spezza le gambe al Padova, sia nella rete del 3-1 finale. Il tutto a riprova di quanto la sua eccessiva distanza dalla porta fosse effettivamente una preoccupazione dai moventi fondati.

Il secondo spunto tattico, poi, è costituito dalla trequarti, che si dimostra il reparto più fluido dell’intero organico: Berti è sostanzialmente dappertutto, venendo a fare un po’ quel lavoro che proprio Bonazzoli svolgeva con Giampaolo (e che faceva storcere il naso a molti tifosi); Vandeputte e Licina, invece, se la giostrano bene non solo sulle corsie, ma anche in mezzo al campo, dimostrando una libertà e un’autonomia totale, tanto che - occasionalmente - finiscono anche per invertirsi, gestendo l’uno la corsia dell’altro. Pochi riferimenti, tanto movimento.

Concetti simili chiesti a interpreti diversi: la vera intuizione di Pecchia

La squadra scesa in campo contro il Padova è difficile da definire ‘una nuova Cremonese’. Ciò che ha funzionato veramente sono, nel bene e nel male, gli stessi concetti di calcio che Giampaolo tentava di esprimere: la verticalità di squadra – con la quale abbiamo bucato sia sul secondo che sul terzo gol – e la trequarti mobile, capace di dialogare, di abbassarsi e di far sovrapporre i terzini. Concetti che anche il Maestro aveva tentato di insegnare.

Il vero merito di Pecchia, piuttosto, va agli interpreti: Giampaolo, ad esempio, non aveva mai rischiato Berti dal primo minuto (se non a Parma, in Coppa Italia), mentre l’ex Cesena ha dimostrato con i fatti quanto sia insostituibile il suo valore da titolare. Inoltre, Giampaolo si affidava a prime punte più di riferimento che di qualità, chiedendo a Bonazzoli di svolgere il ruolo di Berti. Un ruolo che, tra l’altro, anche Vandeputte e Licina possono gestire. 

Insomma, i concetti importati da Pecchia sono stati pochi – e per certi versi anche simili a quelli di Giampaolo –, ma la vera differenza l’hanno fatta le individualità a cui sono stati richiesti questi compiti. Individualità che si sono dimostrate più adatte e, per questo, vincenti.

 

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