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Matteo Lottici, alias “è tutto un equilibrio sopra una palla da basket”

Basket
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Ho scomodato addirittura una frase di una canzone di Vasco, e chi mi conosce sa che sono tutto tranne che una sua fan, ma è la prima cosa che mi è venuta in mente dopo la chiacchierata con Matteo Lottici.

Dovete sapere che il momento che prediligo è quello subito successivo ai saluti, quando mi incammino per andare a recuperare la macchina, parcheggiata saggiamente sempre un po’ distante dal luogo dell’incontro proprio per permettermi di fare due passi, con l’aria frizzantina sul viso ed il cuore pieno delle emozioni appena vissute; è in questo momento che di norma mi vengono in mente gli incipit dei miei pezzi, i punti salienti, la struttura di quel che sarà.

Matteo è esattamente questo, il mondo a forma di palla da basket e lui che ci cammina sopra grazie al suo incredibile equilibrio.
Teo ha idee chiare e carisma da vendere, è risoluto ma allo stesso tempo rassicurante, emana quella calma simile alla sensazione che si prova quando ci si siede sulla sabbia e ci si gode il tramonto ascoltando il rumore del mare in sottofondo.
È forza e delicatezza, emozione e serietà, piedi per terra e testa all’obiettivo.

Matteo in azione in maglia Gilbe

Viene quasi da ridere a chiedergli come sia arrivato al basket visto il cognome che porta, forse avrei dovuto chiedergli se da bambino possedeva altri giochi oltre alla palla a spicchi “beh ovviamente la pallacanestro è di famiglia, oltre a papà, anche mio zio Christian è stato giocatore e poi allenatore, mia sorella Francesca ha giocato per un po’ di anni ed ora fa la refertista, insomma è davvero una passione comune a tutti! Io ho iniziato da piccolissimo, a quattro anni, nella palestra della scuola Monteverdi ed il mio primo coach è stato Michele Mondoni; parallelamente ho fatto anche altri sport ma nessuno poteva competere con la mia amata pallacanestro”.

Minibasket a Cristore, Matteo con la canotta numero 14

Buon sangue non mente ovviamente e quindi via con la trafila del minibasket “sono stato lì fino alla quarta elementare, poi mi sono trasferito dall’altra parte della città alla Sforzesca, dove ho conosciuto Elvis Vacchelli e dove giocavano tanti miei compagni di classe, mentre il primo anno di scuole superiori l’ho fatto con i Warriors della Rossini’s”.

Alla Sforzesca, con il suo amato numero 13

Poi la svolta, la prima tappa fondamentale per la sua carriera “dalla seconda alla quarta superiore sono passato a Casalpusterlengo, il primo anno facevo avanti e indietro da Cremona, poi mi sono trasferito là; è stata un’esperienza incredibilmente formativa, il primo vero contatto con il mondo del professionismo. 24 ore su 24 si pensava alla pallacanestro, anche a scuola perché alla fine ci andavamo tutti insieme; con l’Assigeco di coach Walter De Raffaele ho fatto il mio esordio in serie B a 17 anni, poi l’anno dopo per sostituirlo arrivò mio papà Simone che quindi divenne il mio allenatore per la prima volta in carriera”.

Sorride Matteo, con quel sorriso pulito e pieno di orgoglio nel ricordare una tappa splendida della sua gioventù; se possibile, il sorriso si allarga ancora di più quando mi parla dell’altro momento fondamentale per la sua carriera, ovvero i due anni in maglia Vanoli.

Annata 2009, vittoria della Coppa Italia con l'Assigeco Casalpusterlengo

Sono stati due anni a dir poco meravigliosi. In quella squadra c’erano Rowland, Foster, Drozdov e capitan Milic, giocatori impressionanti, ed ho stretto subito un bellissimo legame con il gruppo degli italiani, D’Ercole, Formenti e da metà stagione Daniele Cinciarini: c’era un ottimo clima, stavamo sempre insieme, spesso andavamo fuori a cena.. io e Marenzi eravamo i due giovani aggregati, tra l’altro un Marenzi d’annata senza barba ma con gli stessi muscoli che ha adesso visto che era grossissimo”!!
Scoppiamo a ridere perché davvero, chi se lo ricorda Marenzi senza barba?? 

Tutti in trasferta a San Siro! Da sx, Bertolazzi, Drozdov, Marenzi (senza barba), D'Ercole, Formenti, Milic, Lottici

Potermi allenare con giocatori di quel calibro mi ha fatto imparare davvero molto, ci si allenava tanto ma la fatica nemmeno la sentivo; ero cosciente di essere in un contesto di livello altissimo, in quegli anni c’era la Cantù di Vlado Micov, la Siena ammazza campionati, io ero giovane e non avevo certo la presunzione di voler giocare, ero lì per imparare e lo facevo con gioia, sentendomi parte di un gruppo e lottando ogni domenica per raggiungere l’obiettivo comune, ovvero la vittoria e la salvezza.
Per uno come me che mette sempre la squadra davanti al singolo poter vivere questo tipo di esperienza era un lusso che non poteva essere né paragonabile né, soprattutto, scambiabile con qualsiasi altro contesto, anche se mi avesse consentito di giocare di più. A Casalpusterlengo ed in Vanoli mi sono confrontato con il top dei giocatori tra serie B1 e serie A, una cosa incredibile ed impagabile”.

Restiamo un attimo così, con quell’emozione sospesa in aria, quell’orgoglio vissuto, come sempre, con grande equilibrio: non è facile trovare ventenni già così maturi da saper apprezzare ed anche preferire le opportunità di crescita individuale piuttosto che badare solo al mero minutaggio.

La Vanoli 2011/2012 - Foto Maura Tonghini

Chiusa l’esperienza con la Vanoli è tempo di rimettersi in gioco, questa volta a Piadena in serie C “sono stato tre anni, il primo, quello del gravissimo infortunio ad Elvis, è stato davvero memorabile, partiti da outsider alla fine ci siamo piazzati subito dietro alle corazzate ed ai playoff siamo usciti in semifinale contro Crema che, oggettivamente, aveva qualcosa in più di noi e si era meritata il passaggio del turno. Noi eravamo un bel gruppo stavamo davvero bene insieme, ricordo che una volta di ritorno da una trasferta sul bresciano ci siamo fermati al bar di Thomas Bossini per festeggiare la vittoria e l’iniziale aperitivo si è trasformato in cena per poi sfociare in un folle karaoke!
Ricordo con piacere anche l’ultimo anno, il primo di coach Mazzali, in cui la società aveva deciso di puntare sui giovani facendomi capitano, confermando anche Marenzi e prendendo Olivieri, Mascadri, Malagutti… un gruppo davvero giovane ma ci siamo divertiti, avevamo tanta voglia di fare bene anche se poi ovviamente abbiamo peccato di inesperienza e quindi non abbiamo centrato i playoff, ma poco importava”.

Torneo Telli 2009, con Vacchelli, Trovati, Fioretti, Gotti e Marulli

L’ultima tappa del suo viaggio cestistico prima dell’approdo alla Gilbe, è stata Fiorenzuola, per ben quattro anni “per la passione che nutro per il basket a me non importa della categoria, valuto semplicemente il contesto e le ambizioni, cercando di scegliere in base agli obiettivi e che ovviamente questi siano raggiungibili. Quest’anno con la Gilbe l’obiettivo è provare a salvarsi, con tutte le difficoltà che ci sono nell’essere una neopromossa; in serie C invece ho sempre cercato squadre costruite per stare in alto ed a Fiorenzuola siamo sempre andati in crescendo, il primo anno sesti, il secondo quarti ed il terzo sconfitti in finale da Ozzano dopo un campionato dominato”.

Vittoria della Coppa Emilia 2016 con Fiorenzuola

Fiorenzuola significa anche Lottici Matteo giocatore e Lottici Simone allenatore; inevitabile pensare al rapporto padre/figlio ed allenatore/giocatore, ai possibili sfottò che ne possono derivare, con l’etichetta, che può diventare macigno, di essere “il figlio di”.
In realtà io mi sono sempre sentito Matteo e basta. Sono il figlio di Simone perché ne incarno i valori e la visione sulla pallacanestro, anche se lui dice sempre che era più attaccante rispetto a me che sono più uomo squadra; per il resto qualche compagno a volte ha fatto la battuta sull’essere figlio del coach, ma sempre in maniera divertente, senza alcuna malizia. Alla fine, se si è circondati da persone intelligenti non ci sono problemi, io ho sempre cercato di essere per lui un punto di riferimento e per i compagni uno che dava il buon esempio, traducendo sul campo ciò che lui chiedeva; il fatto di non essere uno che bada alle statistiche ma solo all’obiettivo di squadra probabilmente mi ha aiutato ad essere apprezzato dagli altri ragazzi”.

Fiorenzuola 2017/2018, l'annata dei record

Inevitabile finire a parlare dell’altro celebre rapporto padre/figlio, ovvero quello tra Meo e Brian Sacchetti, che spesso hanno raccontato come non sia sempre stato facile gestire al meglio la situazione, da entrambi i punti di vista, con Meo che ha sempre sottolineato che gli capitava di essere più duro con Brian che con gli altri giocatori, proprio per evitare che qualcuno pensasse a favoritismi verso il figlio “ah certo, l’errore sul tiro è consentito a tutti, l’errore su un’esecuzione no, soprattutto se si tratta del sottoscritto, ma sinceramente la sua intransigenza non mi è mai pesata, sono cresciuto con questa mentalità. Le esperienze con Vanoli ed Assigeco mi sono state utili perché il contesto era talmente di alto livello che, per non sembrare il pivellino di turno, ho sempre lavorato per cercare di capire cosa fosse giusto fare in ogni situazione e questo mi è servito per evitare poi di commettere errori che sapevo che lui non avrebbe tollerato. Poi beh, è capitato di perdere una partita per un’errata scelta difensiva, era un concorso di colpa tra me ed un compagno ma ovviamente per lui era tutta colpa mia”!

Scoppiamo a ridere anche se immagino che con una sconfitta sul groppone ed il cazziatone che ne è seguito non deve essere stato proprio un momento così divertente; e a proposito di cazziatoni “in allenamento ce ne sono stati eccome! Negli ultimi due anni a Fiorenzuola cercavo di trascinarmi dietro il gruppo e quando vedevo che le cose non stavano andando come avrebbero dovuto lo facevo notare; ovviamente l’intento era dare un messaggio importante alla squadra ma non sempre il modo era giudicato corretto e quindi… sono finito sotto la doccia prima degli altri”!

I Cuori di Bue, vincitori del Telli 2018 - Rizzini, Lottici, Poli, Nava, Segalini

Dai Teo confessa, qualche volta ti avrà pur fatto arrabbiare. “Le scelte in campo le ho sempre rispettate, certo se secondo me le cose non stavano andando per il meglio glielo dicevo: parlavo in dialetto cremonese che, con l’aggiunta del paradenti, diventava praticamente un messaggio in codice” ridiamo di nuovo, ma in effetti la tattica è saggia, un po’ come quando Kobe Bryant confessò con nonchalance che mandava a quel paese gli arbitri statunitensi parlando in italiano.

In generale ci siamo sempre confrontati molto ed in maniera positiva e costruttiva in macchina tornando a casa, ma ci sono stati anche scontri pesanti in cui tremavano i vetri per la tensione che si creava… una volta abbiamo toccato il record di un’intera settimana senza rivolgerci la parola, nonostante ci allenassimo insieme tutti i giorni”.
Ah, se le macchine potessero parlare… nel frattempo farei un applauso alla mamma, che alla fine doveva anche intervenire per ricucire i rapporti tra i due uomini di casa!

In attacco contro Bernareggio

Eppure Matteo racconta tutto sorridendo, con quella sua calma che deriva dalla consapevolezza, quel suo modo di affrontare le cose con il sereno piglio del leader “le esperienze ti portano a maturare ed a capire come comportarti, soprattutto con gli altri; in campo qualche volta capita il momento di nervosismo ma in generale riesco a tenere la testa sempre sul pezzo. Alla fine solo un paio di volte sono stato il ragazzino della squadra, in tutte le altre esperienze ero uno dei più vecchi quindi se non fai un po’ da traino per gli altri rischi di perdere di vista l’obiettivo di squadra; la mia forza è la capacità di capire limiti e qualità di ognuno, cercando di passare sopra ai difetti e prendendo il meglio da tutti, cercando di insegnare qualcosa ai più giovani”.

Glielo dico o non glielo dico? Glielo dico. “Teo, lo sai vero che parli come un allenatore?” Gli spunta un sorrisetto “pensa che alle superiori, ad un torneo 5vs5, ad un certo punto un avversario si ferma e mi dice ‘ma tu hai il joystick in mano?? Li guidi tutti’. In realtà di corsi da allenatore non ne ho ancora fatti, a luglio dovrei finalmente laurearmi in economia e poi vedremo che scenari si apriranno; il sogno più grande che avevo da bambino l’ho realizzato e mi sono tolto tante soddisfazioni, se dovessi trovare un lavoro consono ai miei studi non so se sarei in grado di fare i sacrifici che vedo fare a tanti amici per conciliare lavoro e basket, dovrei trovare un gruppo davvero super”.
Eppure io non riesco a pensarlo senza basket a nemmeno trent’anni; alla fine riuscirà a conciliare tutto, con calma, serenità ed un sorriso.

Un'entrata nella partita contro Vigevano

Suona il telefono, è papà “sì, ho finito, tra poco arrivo”. Pausa. Mi guarda, sorride “ti saluta”.
Non posso fare a meno di rivedere Matteo in suo padre, nella gentilezza dei modi, nell’educazione, nella cortesia e in un’altra cosa. “Teo, tu sei l’equilibrio”. Sorride un po’ imbarazzato.
“L’ho preso da lui”.

 
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