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Il diritto di sapere e il dovere di salvaguardare

Vanoli

Dunque. Ieri giornata da tregenda; giova quindi prima di tutto mettere in fila un po’ di robette per rinfrescare la memoria.

Ore 14.00 circa: arriva la prima sberla; buttata in pasto in ogniddove la notizia che il Meo Nazionale sta imboccando la strada dell’addio alla Vanoli. L’incredulità va per la maggiore.

Ore 17.45 circa: arriva la seconda sberla, decisamente più tosta della prima; sembra proprio vero che il Meo Nazionale lascerà la Vanoli per un biennale a Basket City sponda Fortitudo. Stavolta la fa da padrone lo stordimento.

Ore 18.47 spaccate: arriva la palata definitiva con un laconicissimo comunicato Vanoli che ufficializza la faccenda, e cioè rescissione consensuale del contratto col Meo Nazionale: incredulità prima e stordimento poi lasciano il posto ad una cocente delusione.

Incredulità, stordimento e delusione; credo proprio siano stati questi i sentimenti che hanno sconquassato le coronarie del popolo vanoliano nel pomeriggio dell’anno Domini 2020, addì 27 maggio, data che il Ciranone vostro ha già provveduto ad espellere come indesiderata dal calendario.

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Dopo l’incredulità, lo stordimento e la delusione arriva fatalmente la sempre complicata operazione di collegare i neuroni per cercare di capire cosa diavolo possa essere successo per far precipitare la situazione in modo così repentino. E il mio solito neurone di nord-ovest avrebbe partorito l’idea, la dico subito così mi levo il dente, che la tempistica “ufficiale” è stata sì repentina ma non la sua genesi che probabilmente borbottava sotto le ceneri da almeno 7 giorni (dal 20 Maggio), e cioè dalla lettera aperta del Presidente annunciante “urbi et orbi” che si stava navigando in bruttissime acque al punto tale da non poter essere certa l’iscrizione al campionato.

Il primissimo “qui c’è qualcosa che non torna” mi è arrivato proprio allora; ma come, mi sarei chiesto (e credo se lo siano chiesto in tanti), è da più di un mese che si disquisisce del e sul progetto “italiani”, impropriamente chiamato Club Italia, con ripetuti interventi di Gianmaria Vacirca (che peraltro dava per certa la partecipazione ad una competizione europea) e del Meo Nazionale stesso illustranti la geniale trovata senza che un refolo di fiato fosse trapelato da parte della società, circostanza che lasciava presupporre il semaforo verde, ed invece “patapàm” arriva, completamente inaspettata, quella lettera aperta che ha avuto l’effetto di una secchiata di acqua gelida in faccia..

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Oddio, segnali che le cose non fossero rosee c’erano già da tempo ma erano riconducibili al momentaccio che la bestia ci stava costringendo a vivere, e comunque lasciavano intendere che di spazi di manovra sufficienti ce n’erano e non certo di essere sull’orlo del baratro. Il 16 Maggio arriva però il primo scricchiolio che smentisce “coram populo” Gianmaria Vacirca: “La Vanoli non farà le coppe”, e poi infine eccoci ai fatidici 20 e 27 maggio .

E la domanda è saltata su come un lampo: “ma l’orlo del baratro è arrivato all’improvviso oppure era già noto? E se lo era è stato comunicato per tempo a chi stava mettendo giù le trappole per la prossima stagione?” Francamente parrebbe di no, altrimenti si dovrebbe supporre che Gianmaria Vacirca e il Meo Nazionale siano stati preda di qualche bizzarra bevanda alcolica che li avrebbe indotti ad annunciare un progetto così entusiasmante ma parecchio impegnativo senza il consenso, o l’assenso tacito, della società. Un po’ improbabile non trovate? Ed è qui che presumibilmente qualcosa si è rotto tra la Vanoli e il suo coach.

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Mi corre l’obbligo però di avvisare i miei 12 lettori che ciò è una mia supposizione anche se cartesianamente basata su dati parecchio oggettivi, così come sarebbero supposizioni anche eventuali concioni sulla decisione del Meo Nazionale. Ieri e pure oggi sui social si è messa parecchia cacca sul ventilatore; Meo tirato da tutte le parti, e, come accade di solito in questa repubblica di guelfi e ghibellini, senza mezze misure: o santo o mercenario, vie di mezzo poche e quelle poche confuse.

Il Meo Nazionale l’abbiamo conosciuto come un uomo schietto, semplice ma non sempliciotto, burbero il giusto e dai modi gentili ma non accomodanti, ma certamente non è né un santo né un mercenario. E’ semplicemente un uomo che, vista una situazione repentinamente mutata, ha fatto legittimamente i suoi conti e ha preso una decisione, come avrebbe fatto chiunque al suo posto. Eventuali accuse di tradimento sono quindi  clamorosamente fuori luogo; magari avrebbe potuto temporeggiare ancora un po’ per vedere come buttava, ma francamente il Ciranone vostro, pur girandogli le ciribiciaccole ad elica e col dovuto senno di poi, non se la sente di buttargli la croce addosso, e comunque, ora che i buoi sono già scappati dalle stalle, ragionarci su oltre sarebbe un puro esercizio retorico.

Però c’è un però, e mi rivolgo sia alla società che al Meo Nazionale; il popolo vanoliano ha il sacrosanto diritto di sapere come sono per davvero andate le cose; non ci si può accontentare dei due scarni (eufemismo) comunicati della società sulla vicenda e neppure del silenzio del Meo Nazionale che, oltretutto, ha avuto e sta avendo la conseguenza di avvallare le voci più assassine nei suoi confronti. Ce lo devono; noi tutti siamo “clienti” e pure affezionati di entrambi ed entrambi non possono di certo far finta di nulla.

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Detto questo c’è pure da ridondare che il Meo Nazionale è ormai il passato e la Vanoli invece è ancora il presente e si spera il futuro. Dico si spera perché c’è un’altra cosa che francamente faccio una fatica del diavolo a capire; va bene il momentaccio che affossa il basket (come tutto quanto del resto) ma non riesco a farmi una ragione dell’incomprensibile rifiuto di prendere anche solo in considerazione la partecipazione alla A2, rifiuto che è stato perentoriamente annunciato da Aldo Vanoli, altrettanto perentoriamente ribadito da Davide Borsatti, però senza nessuna spiegazione e nessuna giustificazione da parte di entrambi.

Ma per tutti gli dei del basket, perché? Chi ne sa mi dice che la cifra che il Presidente ha dichiarato di avere già a disposizione (600.000 euro) è più della metà del budget occorrente per disputare un campionato di A2 di livello discreto se non ottimo; raggiungere il livello acconcio non sarebbe quindi un’impresa ardua. Inoltre la partecipazione ad un campionato, anche se di A2, permetterebbe un sacco di vantaggi: oltre a quello economico ci si garantirebbe comunque il secondo campionato nazionale in attesa dell’arrivo tempi migliori, si sarebbe costretti dalle regole a portare avanti, magari rimodulandolo, il “progetto italiani”, ma soprattutto si tutelerebbe quello che da più parti viene considerato il vero gioiello della Vanoli, il settore giovanile.

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In questi anni il progetto Vanoli Young è via via diventato un punto di riferimento non solo per la pletora di fanciulli, ragazzini e ragazzi che corrono dietro ad una palla a spicchi, ma soprattutto per il coinvolgimento di decine di persone, allenatori, assistenti, preparatori, accompagnatori, famiglie che gli ruotano attorno. Analogo discorso vale per l’Academy con la Sansebasket il cui valore aggiunto è inutile sottolineare perché ormai ben noto a tutti, per non dimenticare i meravigliosi ragazzi, le splendide fanciulle e i volontari del Pepo Team.

E’ giusto e sacrosanto percorrere tutte le strade, anche quelle più impervie, per provare a rifare un campionato di A, ma sarebbe delittuoso non tenersi di scorta questa seconda possibilità che garantirebbe di non far scomparire queste esperienze. Per fortuna di tempo ce n’è ancora, sarebbe il caso di non buttarlo via inseguendo soluzioni improbabili a scapito di altre più percorribili.

E’ del tutto ovvio però che il dovere di salvaguardare questo patrimonio non è solo in capo alla Vanoli ma coinvolge tutto quanto il territorio che da queste esperienze ha ricevuto tanto in termini ludici, sociali e partecipativi, fungendo pure da volano per la nascita di altre analoghe esperienze, magari più ridotte ma ugualmente meritevoli.

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E niente; è successo, sarebbe stato meglio non fosse successo ma è successo. Come dice giustamente Daniele Duchi “gli allenatori vanno e vengono, la società resta”, e questa è la società che in undici anni ha moltiplicato geometricamente la passione per il gioco più bello del mondo nel territorio cremonese, una esperienza non solo sportiva ma dalla forte connotazione educativa, che ha creato condivisione, partecipazione e fermento. Si sono create vere e proprie amicizie, a tutte e per tutte le età, che ormai vanno al di là del semplice trovarsi a palazzo, e in fondo questa è la vera funzione sociale dello sport.

Il diritto di sapere e il dovere di salvaguardare sono le due architravi su quali deve poggiare il nuovo, generoso tentativo di Aldo Vanoli di mantenere in piedi la melonaia; probabilmente errori ne sono stati commessi ma ora non è il tempo delle recriminazioni, ora è il tempo di far sentire ad Aldo Vanoli e a tutta quanta la combriccola la nostra riconoscenza, la nostra vicinanza e il nostro appoggio.

“Do ut des”; il segreto per avere è dare.

Il che è bello e istruttivo (cit.)

 

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