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Di quel limite illimitato che nessuno conosce ancora

Vanoli
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Dai, diciamocela tutta: c’era un po’ di timore per questa partita perchè arrivava una squadra costruita già da quest’estate, senza, pare, stare lì tanto a badare a spese, per fare un campionato di vertice o quasi (data come quarta forza del campionato dai soliti espertoni), aggiustata in corsa, per sopperire a “merdine” pestate qua e là, con l’arrivo di un tipo che si chiama Moreira che anche stasera, pur nel crollo finale sotto le bombarde biancoblù che arrivavano da tutte le parti, ha fatto vedere di che pasta è fatto, e che, mica pizza e fichi, in settimana ha conquistato il primo posto nel proprio girone di Basketball Champions League (partecipazione che, peraltro, ha “soffiato” proprio alla Vanoli).

Il timore era proprio dovuto al fatto che arrivava cotanta roba, che la suddetta “roba” era “solo” sotto di due punti e che in caso di sconfitta si sperava non fosse superiore ai 16 punti, scarto con cui la Vanoli uccellò il PalaDozza all’andata, che avrebbe voluto dire sorpasso in classifica, circostanza che con tutte le altre dietro che stanno premendo faceva preconizzare oscuri presentimenti.

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Poco prima l’inizio il refrain in tribuna stampa era; stasera è difficile, se si vince è perché loro ciccano la gara. Onda lunga dello “schifo” di Desio? Può darsi e può pure darsi che pure il Ciranone vostro si sia fatto pigliare da sto refrain perché anche lui, alla vigilia, non è che fosse così positivo. Ebbene? Sono bastati due minuti due del primo quarto per far scomparire in un nano secondo tutte le, chiamiamole così, preoccupazioni “provincialotte” della vigilia. No perché sono per l’appunto bastati 120 secondi per capire alcune cose: 1) lo “schifo” di Desio era belle che sepolto Dio solo sa dove; 2) la Vanoli era sul parquet col fiero cipiglio delle giornate giuste; 3) pure Bologna era sul pezzo e rispondeva colpo su colpo, faccenda che ha reso la partita, per lunghissimi tratti, una delle più belle viste in questa stagione a palazzo.

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Il primo step dunque era fatto, ed era quello che voleva il Meo Nazionale che, in quei 120 secondi iniziali, ha rivisto la “faccia giusta” della sua squadra. Poi, così diceva il “volgo” che andava per la maggiore, si può anche perdere ma senza fare la figuraccia di Desio. Alla faccia di tutto quello che volete; se c’era sul parquet una squadra che non ne voleva proprio sapere di avere solo la “faccia giusta” ma pure i gomiti, le mani, i polpacci e, soprattutto, la testa, quella squadra era “quella sola al comando, la sua maglia biancoblù ed il suo nome Vanoli” (questa la capiscono solo quelli un po’ più attempatelli, magari appassionati di ciclismo ed in particolare del Tour de France).

Già perché, detto dei primi due minuti dove: “pronti e via 8 a 2”, per il resto la Virtus non ha mai messo il naso avanti per tutta la gara, arrivando a tiro della Vanoli solo alla fine del terzo quarto (meno due; 60 a 58 quando a metà si era 55 a 44 per effetto della prima bomba di Peyton “W.A.S.P.” Aldridge) grazie anche alle spinte grigiastre, per l’occasione arancioni, che in tutta la seconda metà del parziale hanno contribuito a tenere su il balelotto degli altrimenti inevitabilmente soccombenti virtussini.

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Il capolavoro di serata è arrivato nell’ultimo quarto, nel quale anche gli “arancioni” hanno dovuto, obtorto collo, rifiatare. Intensità difensiva alle stelle e precisione balistica finalmente degna di nota hanno messo le ali alla banda biancoblù, nell’entusiasmo crescente del palazzo.

La “nostra” Vanoli” quindi, ammesso e non concesso se ne sia mai andata, è di già tornata ed ha risposto alla grande a tutti gli scettici blu (tra i quali, per una volta, ci si infila pure il Ciranone vostro) che qualche dubbio sulla prosecuzione di questa fino ad ora favolosa stagione sui medesimi livelli fin qui espressi, ce l’avevano, eccome se ce l’avevano. Ma non tanto per una flessione vanoliana, ma soprattutto per un alzamento generale dell’asticella da parte di quelle dietro.

Ed invece la partita di stasera, proprio con una di "quelle dietro", ci ha ri-consegnato una squadra che sa sicuramente di sapere il fatto suo, lo fa bene ma che probabilmente non conosce ancora il suo vero limite perché di step in step è arrivata si in alto ma dando sempre l’impressione di poter fare ancora di più. Se ne parlava dopo la prestazione monstre di Pesaro “dell’illimitatezza di un limite che non conosce nessuno”; sono passati quasi due mesi, ci sono stati alti e bassi, ma quel limite rimane ancora stupendamente e stupefacentemente sconosciuto.

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Chiudevo quella lagna, facendo riferimento alla qualificazione alle final eight allora non ancora in saccoccia, così: “E’ il prossimo limite; di limite in limite qui si rischia di essere “illimitati”. Per il momento la Vanoli, proprio perché non conosce ancora il suo “limite”, lo è in tutto e per tutto; illimitata, e godiamocela tutta.”

Il “limite” Final Eight” è stato raggiunto; il “limite” di aver battuto e sonoramente una di "quelle dietro" diretta rivale alla corsa play off pure; ora se ne presenta un altro di “limite”; la disputa delle Final Eight. Andiamoci senza ”sperare” nulla ma con la convinzione di poter lasciare una traccia; illimitatamente, per l’appunto.

Il che è bello e istruttivo (cit.)

Ps: “spreco” un p.s. per una domanda che temo sia nelle menti di parecchio popolo vanoliano. Io non so nulla di basket ma stasera in più di una occasione sarebbe servita la presenza sul parquet, per un sacco di motivi, di Giulio “Mio Ragazzone Bolognese” Gazzotti. Ma perché il Meo Nazionale si ostina a tenerlo in panca?