Orgoglio grigiorosso: Cremo sola nell'arena

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Stadio Zini, 80 dopo Cristo. Spalti dell'arena tutti esauriti. Tra le fessure dell'elmo, gli occhi di Brighenti, Pesce e dell'intera squadra sono fissi sull'uscita del tunnel. Attendono l'avversario, lo spietato Palermo dal sangue slavo. Ilja il Macedone ha un velo d'odio iniettato nell'iride, è pronto a fare a pezzi chiunque si metta in mezzo. Aljaz Struna e Przemysław Szymiński hanno nomi così affilati da tagliarsi al solo pronunciarli: rispecchiano alla lettera la loro espressione glaciale. Esiste solo un difensore che possa giocare in mezzo a questi due molossi senza essere sbranato. Un difensore che, quanto a ferocia, gli è pure superiore. Giuseppe Bellusci da Trebisacce. Il calciatore più cattivo della scorsa serie A completa una difesa da collezione...di tibie. 

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Che la battaglia abbia inizio. La Cremo punta su pressing e recupero alto, gioco largo e triangoli per la ricerca del fondo, trampolino di lancio per cross velenosi. Il Palermo non si fa problemi a serrarsi a testuggine, cinque scudi stretti in mediana a filtrare le traiettorie verticali grigiorosse. Due linee avvolte da più giri di filo spinato ed elettrificato. Tanto ci pensa Coronado a ribaltare il fronte: l'eclettismo del folletto di Paranà è incontenibile, il brasiliano dal nome da figlio degli Urali si muove a tutto campo non appena intravede uno spiraglio di gioco. Embalo ha tocco e propulsione, Rispoli è un motore a destra. Gara viva, vivissima. 

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Minuto 21. Totò pennella al centro una punizione, Brighenti prolunga sul secondo palo, zampata del giaguaro del Goias e Palermo trafitto dal gladio di Claiton. Troppo bello, troppo breve. Nemmeno il tempo di pregustare gli spazi succulenti che si sarebbero aperti sull'1-0, che Coronado riceve dal limite, controlla con la massima serenità, dà una lezione pratica alla difesa grigiorossa del concetto di pausa -tenere palla consentendo ai compagni di posizionarsi per poi servirli coi tempi giusti- facendola collassare attorno a sè per poi aprire su Rispoli. Controllo, destro, primo palo. Non ci arriva Ujkani.

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Minuto 53. La porta dell'Inferno la spalanca un bulgaro. Aprendone un'altra, di porta. Quella grigiorossa. Rispoli a Embalo, controllo e servizio a rimorchio per un Chocev affamato di sovrapposizioni. Sinistro letale, di prima, sul secondo palo. Da questo momento, vale davvero tutto. Gli scontri si inaspriscono, ogni corpo a corpo sprigiona scintille infuocate. 

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Minuto 57. Braccio largo, larghissimo, di Struna in area. Il contatto col pallone è netto. Da regolamento, questo è rigore. Brighenti e Pesce si voltano verso l'imperatore, il supremo arbiter, colui che dovrebbe garantire un minimo di regolarità nella lotta. Dall'alto del suo trono nell'arena, Giambattista di Molfetta non sembra preoccuparsene, anzi. Di fianco a un cesto traboccante frutta e ad un paggio che gli fa aria con un ventaglio di piume, continua a ridere in faccia a Tesser e ai ragazzi. Una risata grassa e fragorosa, di puro scherno. Per i grigiorossi è pollice verso.

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La risata prosegue, prolungata, fino al 60'. Nestorovski sbeffeggia la tribuna, altre proteste presso l'imperatore, altro pollice verso. La Cremo risponde restando unita. Ed è restando unita che nel finale riesce a rompere la diga rosanero come un fiume in piena, quando solo la fortuna, un palo che ancora trema e lo spirito di Handanovic che si incarna in Pomini, inumano in allungo a manona aperta, mantengono a galla il commando di Tedino. Blitz riuscito, ma questa partita non finisce al 95'. 

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Tesser è una furia in sala stampa. Ha accettato Parma. Ha digerito, con molto bicarbonato, Chiavari e Foggia. Ha glissato da signore a Cittadella. Sta ancora elaborando la direzione col Perugia. Ma stavolta è troppo. L'arbitro ha mancato di rispetto alla squadra e alla città, parole durissime. Ma necessarie: come lui stesso ha detto, è una questione di principio. Impossibile sorvolare, anche se lo stesso mister sa che la situazione probabilmente peggiorerà, dopo un attacco così diretto. 

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La situazione è senza uscita. O meglio, non dipende da noi. Però qualcosa la possiamo fare. Giocare sapendo che forse non ci si potrà aspettare giustizia. Evitare quindi proteste troppo veementi in campo: porterebbero solo a cartellini gialli, o peggio. Stringere i reparti, alzare ancora la concentrazione, cementare ogni piccola crepa. Essere più forti degli episodi. Caricarsi col rumore dei nemici. Trovare ulteriori motivazioni nell'ingiustizia. Brindare al bar della rabbia (cit). Aspettarsi di giocare da subito con un uomo in meno. D'altronde, questa Cremo non ha forse già vinto in nove contro dodici? 

Qualunque cosa esca da quei cancelli, avremo maggiore possibilità di sopravvivere se combatteremo uniti. Se saremo uniti, sopravviveremo

Massimo Decimo Meridio

 A Salerno per giocarcela fino in fondo. Di puro orgoglio grigiorosso.